Da Bangkok a Koh Samui: tra templi, mercati e mare, il viaggio che ci ha fatto vedere il mondo in modo completamente nuovo
C’è un momento, nella vita di ogni famiglia, in cui nasce il bisogno di partire. Non per collezionare timbri sul passaporto o inseguire fotografie da esibire, ma per respirare di nuovo, per lasciarsi sorprendere da ciò che ancora non conosciamo, fuori e dentro di noi.
Per noi, quel bisogno è nato in un anno difficile. Un anno che ha scavato in profondità, portandoci davanti a perdite capaci di cambiare per sempre il modo di guardare il mondo. La morte di un nonno che era un punto fermo, un padre per mio marito. E quella di una zia che era molto più di una zia, presenza costante, rifugio, casa. Strappata alla vita troppo presto. Ci sono dolori che non si spiegano, che non si raccontano fino in fondo, e che solo chi li ha attraversati può davvero comprendere.
Viaggiare, allora, è stato anche questo, un gesto silenzioso di resistenza. Un modo per evadere senza fuggire, per prendere fiato quando l’aria sembrava mancare, per rimettere ordine dentro mentre tutto appariva fragile. Non per dimenticare, perché certe assenze non si dimenticano, ma per imparare a conviverci, portandole con noi con passo più leggero, come si fa con le cose preziose.
Il nostro diario di bordo non è fatto di mappe perfette o itinerari costruiti in modo rigido. È un insieme di frammenti, risate improvvise che arrivano quando meno te le aspetti, passi condivisi senza una meta precisa, dettagli minuscoli che finiscono per diventare ricordi indelebili. Ogni viaggio ci lascia addosso un profumo, un colore, un’emozione che continua ad accompagnarci anche quando torniamo a casa.
Per me viaggiare non è un vezzo. È un istinto. Una bussola interiore che, a un certo punto, sussurra piano: “È ora di andare.” Non importa se la meta è lontana o vicina, se il biglietto nasce da mesi di attesa o da un clic improvviso. Importa con chi lo vivi, e con quale cuore parti. Oggi ogni partenza ha un sapore nuovo, perché la condivido con loro, mio marito e i nostri gemelli. Nei loro occhi curiosi ritrovo ogni volta la meraviglia del primo sguardo. Con loro non esiste mai un “già visto”, ogni città è un’avventura, ogni tappa un gioco, ogni incontro una piccola, preziosa lezione di vita.
E da più di trent’anni c’è un compagno silenzioso che accompagna i nostri itinerari, l’Agenzia Viaggi Barbarossa. Non è solo una vetrina o un nome stampato su un biglietto, ma una presenza discreta, un filo che lega le generazioni e trasforma ogni partenza in qualcosa di più di un semplice viaggio.
Nel 2024, quasi senza accorgercene, in appena tre mesi abbiamo sfiorato il giro del mondo, da Firenze a Los Angeles, da Roma a Bangkok, fino alla quiete luminosa di Koh Samui. È stato come inseguire il respiro del mondo per ritrovare, tappa dopo tappa, anche un po’ di noi.
Agosto 2024. Bangkok ci ha accolti come un vortice di vita. Già all’uscita dall’aeroporto, il caldo umido ci ha avvolti come un abbraccio appiccicoso, insieme ai profumi intensi delle spezie, del curry e dello zenzero, mescolati agli odori meno romantici di smog e fritto. Le strade ribollivano di motorini che sfrecciavano tra taxi colorati e, sotto le insegne luminose, le bancarelle fumanti offrivano noodles saltati e spiedini che arrostivano lentamente, sprigionando un aroma irresistibile.

I mercati galleggianti sembravano usciti da una fiaba, barche colme di frutta dai colori accecanti, donne con cappelli di paglia che sorridevano mentre ci porgevano mango dolcissimi e fiori di loto. Poco più in là, il mercato lungo la ferrovia ci ha lasciati senza fiato, il fischio del treno, l’adrenalina del suo passaggio a pochi centimetri dai cesti di verdure, e subito dopo la calma ritrovata, come se nulla fosse accaduto.
I templi dorati risplendevano sotto il sole del pomeriggio. Le campane vibravano leggere nell’aria, l’odore pungente dell’incenso si mescolava al silenzio, e la spiritualità sembrava scivolare lenta tra le persone inginocchiate in preghiera. Poco più in alto, i grattacieli specchiavano il cielo, moderni giganti che convivevano con la sacralità millenaria dei luoghi. Un contrasto che ci ha incantati, passato e futuro intrecciati in un presente carico di energia.
Poi un volo interno ci ha portati a Koh Samui. E già l’aeroporto sembrava un’anticipazione gentile dell’isola, non un luogo di passaggio qualunque, ma un piccolo giardino tropicale fatto di capanne eleganti, legno chiaro, fiori ovunque e un’atmosfera sospesa, quasi da sogno. La sala d’attesa ci accolse in modo inatteso, con grandi cuscini adagiati su un prato punteggiato di fiori tropicali, come se anche l’attesa, lì, dovesse trasformarsi in un momento di bellezza. Ci siamo guardati sorridendo, con quella sensazione rara di essere arrivati in un luogo capace di incantare ancora prima di cominciare davvero. Appena scesi dall’aereo, l’aria profumava di salsedine e fiori tropicali. Il mare ci aspettava, immenso, con sfumature che andavano dal turchese al blu profondo, mentre le palme ondeggiavano lente al vento. La sabbia bianca, morbida sotto i piedi nudi, sembrava un tappeto naturale steso solo per noi.
L’isola aveva un carattere vivo, autentico. Le risate dei bambini che correvano scalzi, le lanterne colorate che la sera illuminavano i villaggi come piccoli sogni sospesi, la gentilezza sincera delle persone, tutto parlava di semplicità e accoglienza. Ci ha ricordato il nostro viaggio a Mauritius, anni fa, tra colori e culture lontane. Eppure, qui c’era qualcosa di nuovo, un’energia fresca capace di sciogliere le tensioni accumulate.

In quei giorni, l’isola ci ha cullati in una bolla di serenità. Il tempo scorreva lento, le colazioni insieme, con il profumo del caffè che si mescolava al dolce del cocco; i pomeriggi tra onde e risate; le sere silenziose davanti a tramonti che incendiavano il cielo. Era esattamente ciò di cui avevamo bisogno.
Sentivamo forte il calore della famiglia, i ragazzi accanto a noi, le loro voci cristalline che si intrecciavano al rumore del mare, i loro occhi pieni di meraviglia che riflettevano la nostra stessa rinascita. In quell’angolo di mondo abbiamo capito che, nonostante tutto, il legame che ci univa era indistruttibile. Eravamo noi quattro. E bastava.
Bangkok e Koh Samui ci hanno lasciato qualcosa di profondo… a volte si parte non per scappare, ma per ritrovare se stessi e riscoprire, dentro di noi, la strada di casa.
Alla prossima partenza, insieme.
Carolina Vallini