Il viaggio che mi ha insegnato la meraviglia: New York, Miami e Bahamas

Da quando mi sono laureata, a venticinque anni, ho spesso la sensazione che il tempo abbia cominciato a correre più veloce. Succede anche a voi? Non so se sia davvero così o se arrivi semplicemente un momento della vita in cui viene naturale fermarsi, guardarsi indietro e provare a rimettere insieme i ricordi. A pensarci oggi, certe cose sembrano lontanissime, quasi appartenessero a un’altra vita. Eppure ce ne sono alcune che non scoloriscono mai. Anzi, con il tempo diventano più nitide. Forse perché non restano soltanto i luoghi, ma quello che abbiamo provato mentre li vivevamo, i profumi, i colori, le voci, la sorpresa di trovarsi davanti a qualcosa di mai visto prima.

Da bambina, durante una Pasqua degli anni Ottanta, partii con i miei genitori, i miei nonni e gli zii per un viaggio che allora sembrava quasi impossibile: New York, Miami e le Bahamas. Oggi può sembrare una cosa normale, ma per quei tempi era come dire: “Andiamo sulla Luna”.

New York, che molti anni dopo avrei rivisto con i miei figli, per me è sempre rimasta un mito. Da bambina, però, sapete a cosa la associavo? Alle gomme da masticare Brooklyn, quelle con la confezione colorata e il ponte disegnato sopra. Quel profumo dolce di menta e zucchero sapeva già di America, di film, di canzoni, di qualcosa di lontano e bellissimo. Mi colpivano l’immensità della città, i grattacieli altissimi e quella sensazione di sentirmi piccolissima davanti a tutto. Forse ero troppo piccola per capire davvero New York, ma abbastanza grande da lasciarmi sorprendere. Quella città mi rimase dentro come qualcosa di enorme, nuovo, quasi impossibile, e accese in me il desiderio di scoprire cosa ci fosse oltre il mondo che conoscevo.

Miami, invece, mi rimase meno impressa. Vedo ancora il mare turchese, la sabbia bianchissima, la luce forte del sole. Mi tornano in mente anche le strade animate, i locali uno accanto all’altro e le persone vestite alla moda, così diverse da quelle che ero abituata a vedere. C’era un’aria vivace, colorata, quasi da film, che per una bambina aveva qualcosa di affascinante e lontano. Ma il ricordo più forte doveva ancora arrivare.

Le Bahamas. E poi Exuma.

Quando penso a quel luogo, mi sembra di rivedere un colore che non ho mai più trovato allo stesso modo. Negli anni ho visto mari straordinari, dalle Maldive alla Polinesia, posti capaci davvero di togliere il fiato. Ma, se devo seguire quello che sento, Exuma resta per me qualcosa di unico. Forse perché le Bahamas degli anni Ottanta erano diverse da quelle che molti conoscono oggi. Erano più vuote, più silenziose, più intatte. Non c’erano grandi resort affollati, locali ovunque o spiagge piene di turisti. C’erano pochi piccoli hotel, la gente del posto, il vento caldo e una natura che sembrava non avere bisogno di niente per essere meravigliosa.

Per raggiungere Exuma prendemmo un piccolo aereo. Era talmente piccolo che oggi mi sembra quasi incredibile raccontarlo. Prima di salire ci pesarono uno per uno, proprio come si fa con i bagagli, perché ogni peso doveva essere distribuito con attenzione. Io e mia sorella, le più piccole e leggere, finimmo sedute in fondo, mentre i miei nonni erano davanti. Già quel volo sembrava l’inizio di un’avventura. Forse fu proprio lì, ancora prima di vedere davvero l’isola, che cominciai a sentire di essere arrivata in un posto speciale. A ripensarci mi viene da sorridere. Era un modo di viaggiare diverso, più semplice, più avventuroso, quasi fuori dal tempo.

Ricordo anche un mercato locale, pieno di colori, voci e profumi. Noi attiravamo gli sguardi e la curiosità delle persone, probabilmente perché era evidente che venivamo da molto lontano. Del resto, la distanza si sentiva davvero, non solo nei chilometri. Io ero bambina, ma percepivo chiaramente di trovarmi in un luogo completamente diverso da tutto ciò che conoscevo. Non c’era niente di costruito per stupire. Ed era forse proprio questo a renderlo indimenticabile. Le spiagge sembravano infinite e quasi solo nostre. La vegetazione era profumata, viva, rigogliosa. E poi c’era quell’acqua, limpida, luminosa, con sfumature che non avevo mai visto.

Se penso a quei giorni, sento ancora il rumore delle onde e la meraviglia di una bambina che, davanti a quell’orizzonte, scopriva per la prima volta quanto potesse essere grande il mondo. E poi ci sono i miei nonni. Questo ricordo mi commuove ancora. Li vedo salire per la prima volta su un aereo, emozionati e un po’ intimoriti, con gli occhi pieni di curiosità. Quel viaggio aprì qualcosa anche in loro. Da allora scoprirono il piacere di partire, di vedere posti nuovi, di lasciarsi sorprendere. In fondo è proprio questo che fanno i viaggi più importanti, non finiscono quando si torna a casa. Restano dentro di noi e, senza che ce ne accorgiamo, continuano ad accompagnarci negli anni.

Di quella Pasqua porto ancora con me il piccolo aereo, le spiagge quasi deserte, quei colori che allora mi sembravano impossibili. Ma soprattutto porto con me una sensazione, la meraviglia. Forse è per questo che, dopo tanti anni e tanti altri viaggi, una parte di me vorrebbe tornare proprio lì, alle Bahamas. Non so se ritroverei i luoghi così come li ricordo. Probabilmente no. Ma forse non è questo che cercherei. Forse cercherei, anche solo per un istante, quella bambina davanti a un mare infinito, con la sensazione che il mondo fosse ancora tutto da scoprire.

Ci ritroviamo venerdì prossimo, con una nuova meta da scoprire insieme.

Carolina Vallini