Aspettando i Gemelli in valigia
La prima edizione di “I Gemelli in valigia” nacque come regalo per i miei figli nel giorno dei loro diciotto anni. Volevo consegnare loro i nostri viaggi, le fotografie, le risate, gli imprevisti e tutto ciò che avevamo vissuto insieme. Non soltanto un libro, ma una specie di album di famiglia fatto di parole. Rileggendolo, però, mi sono accorta che la nostra storia non cominciava lì. Cominciava molto prima. Prima delle valigie preparate in quattro, degli zaini pieni, degli itinerari scelti pensando ai bambini, c’erano altri viaggi. Altre partenze. Altre versioni di me.
Nasce da qui “Aspettando i Gemelli in valigia”, dal desiderio di riaprire quelle strade e raccontare ciò che è accaduto prima che loro arrivassero. Non per rifugiarmi nella nostalgia, ma per capire quanto di quei giorni sia ancora presente nella donna e nella madre che sono diventata. Si viaggiava in modo diverso. Le cartine di carta si aprivano sul tavolo della cucina e, una volta spiegate, sembravano non voler più tornare al loro posto. La sera prima della partenza la casa si riempiva di borse, panini, bottiglie d’acqua e domande dell’ultimo minuto. “Abbiamo preso tutto?”. Naturalmente mancava sempre qualcosa. Si partiva presto, spesso quando fuori era ancora buio. La macchina profumava di tappezzeria, merenda e vacanza. Le prime ore scorrevano tra il rumore del motore, le canzoni alla radio e gli occhi ancora assonnati. Il viaggio non iniziava all’arrivo. Cominciava nel momento esatto in cui la strada di casa spariva dallo specchietto. Non c’erano navigatori pronti a ricalcolare il percorso. Una svolta sbagliata poteva allungare il tragitto, creare una discussione o trasformarsi in una scoperta inattesa. Non c’erano telefoni con cui avvisare di ogni ritardo. Per chiamare si cercava una cabina telefonica, si infilava una moneta o una scheda e si sperava che dall’altra parte qualcuno rispondesse. Gli appuntamenti erano un luogo e un’ora. Poi ci si fidava. Oggi siamo abituati a sapere dove si trovano gli altri, quanto manca, quale strada conviene prendere e perfino che tempo farà quando arriveremo. Allora molte cose restavano incerte. E proprio in quello spazio entrava l’avventura. C’era l’attesa, quella vera. C’era la curiosità di vedere che cosa sarebbe successo. C’era persino la noia, che durante i lunghi tragitti costringeva a osservare il paesaggio, inventare giochi, ascoltare i discorsi degli adulti o lasciare che i pensieri andassero per conto loro.

Anche le fotografie richiedevano tempo. Si scattava senza sapere se l’immagine fosse riuscita e bisognava aspettare che il rullino venisse sviluppato. A volte la foto era mossa, un volto risultava tagliato, qualcuno aveva gli occhi chiusi o un dito copriva l’obiettivo. Eppure sono proprio quelle immagini imperfette a emozionarmi ancora oggi, perché raccontano quei momenti esattamente com’erano, veri, spontanei e senza filtri. A volte basta trovarne una in fondo a un cassetto perché tutto ritorni, una spiaggia, un vestito, il sedile di una macchina, una voce che non sentivamo da anni. Lo stesso accade con una canzone ascoltata per caso o con un sapore che credevamo dimenticato. Pane e pomodoro, pane e olio, una fetta di ciambellone avvolta nella carta. Piccole cose che allora non avevano niente di speciale e che oggi riescono a spalancare una porta. È da lì che voglio ripartire. Non soltanto dalle città visitate o dai chilometri percorsi, ma da ciò che è rimasto tra una partenza e un ritorno, le amicizie, gli incontri, le prime libertà, le paure nascoste, gli errori e le decisioni prese d’istinto.

Ci sono viaggi che ricordiamo per il luogo. Altri per la persona che eravamo quando siamo partiti. Alcune vacanze furono leggere e rumorose. Altre lasciarono qualcosa che compresi soltanto molto tempo dopo. Perché si può tornare a casa con la stessa valigia e non essere più esattamente gli stessi.
Allora non potevo immaginarlo, ma ogni viaggio, ogni scelta e persino ogni delusione mi stavano insegnando qualcosa. Passo dopo passo, senza accorgermene, stavo diventando la donna che sono oggi. I miei figli hanno conosciuto la parte successiva della storia. Hanno incontrato una donna che aveva già attraversato certi luoghi, perso alcune persone, custodito amicizie, superato paure e imparato a ricominciare. Queste pagine non vogliono spiegare loro chi fossi. Vogliono permettere loro di incontrarmi. La bambina sul sedile posteriore. La ragazza con gli amici. La giovane donna accanto a Fabio. Quella che partiva senza sapere che, molti anni più tardi, avrebbe riaperto le proprie valigie per cercare le origini della sua famiglia. Mi piace pensare che un giorno questi racconti passeranno ancora di mano. Qualcuno troverà una musicassetta e chiederà come funzionasse. Vedrà una cabina telefonica in una vecchia fotografia e farà fatica a immaginare che, per parlare con qualcuno, bisognasse fermarsi lungo la strada. Sorriderà davanti a una cartina spiegazzata e si domanderà come riuscissimo ad arrivare senza una voce a indicarci il percorso. La verità è che qualche volta non arrivavamo subito. Ci perdevamo. Ma spesso, proprio mentre cercavamo la strada, trovavamo qualcosa che non stavamo cercando.

È questo il viaggio che comincia oggi, non un ritorno al passato, ma un modo per riportare alla luce ciò che il tempo non è riuscito a cancellare. Perché prima dei Gemelli c’erano già le strade che mi avrebbero condotta fino a loro.
Venerdì prossimo apriremo insieme la prima valigia.
Carolina Vallini