Un piccolo interrail: dieci giorni d’estate tra Olanda e Belgio
Prima di ogni partenza, a casa nostra succede sempre la stessa cosa. Le valigie restano aperte più del necessario, i calzini spariscono chissà dove e le domande dei bambini si moltiplicano. È un piccolo caos, familiare e rassicurante. Ed è proprio lì, in quei momenti, che capisco che viaggiare non significa solo andare lontano. Significa anche spostarsi un po’ dentro, quasi senza accorgersene.
Nel bagaglio dei miei figli ho sempre cercato di mettere anche qualcosa che non si vede, la curiosità, un po’ di coraggio e l’inglese. Non come una materia o un traguardo, ma come un piccolo strumento per sentirsi più liberi nel mondo, più sicuri nel chiedere, capire, incontrare.
Poi sono arrivati i viaggi, e lì è successo qualcosa di molto naturale, l’inglese ha smesso di essere una materia ed è diventato vita. Un cartello da decifrare, una domanda alla cassa, un sorriso che risponde. Piccole cose, semplici, ma davvero importanti.
Non abbiamo mai cercato la soluzione perfetta o la vacanza studio ideale. Abbiamo seguito quello che ci sembrava più adatto a noi, con continuità ma senza rigidità, scegliendo, quando possibile, esperienze in cui la lingua non si studia, ma si incontra.
Crescendo, le esperienze arriveranno anche da sole. Ma quando sono piccoli, forse qualche occasione in più possiamo provare a crearla, con delicatezza. Come lo scambio culturale che abbiamo vissuto qualche anno fa, ragazzi accolti a casa nostra, poi i miei figli ospiti da loro. Non è stato solo parlare un’altra lingua, ma entrare, anche solo per un po’, nella vita degli altri. Scoprire abitudini diverse, ritmi nuovi, modi differenti di stare insieme.
Non ho ricette e non ho lezioni da dare. Ho semplicemente seguito quello che, da mamma, mi sembrava giusto per loro. Ho provato ad aprire qualche porta un po’ prima, ad accompagnarli finché ne avevano bisogno. Poi, piano piano, li lascerò andare da soli, con le loro valigie e i loro occhi pieni di mondo.
Ed è proprio viaggiando che mi accorgo di quanto sia bello vedere i bambini mettersi in gioco. Hanno una capacità naturale di adattarsi, di vivere ogni esperienza con entusiasmo e curiosità. Noi adulti, invece, spesso ci leghiamo alle abitudini e a piccole comodità che pensiamo indispensabili. Loro no. A loro basta poco, uno zaino in spalla, una strada nuova, qualcosa da scoprire.
E allora capisco che il viaggio insegna anche questo, che l’avventura non ha età e che, forse, ogni tanto dovremmo anche noi alleggerirci un po’, lasciare indietro il superfluo e provare a guardare il mondo con occhi più liberi.
Nell’estate del 2019 siamo partiti per una nuova avventura, Olanda e Belgio, esplorati con treni e mezzi pubblici, come veri viaggiatori. Ad Amsterdam ci siamo immersi tra canali e biciclette, con i riflessi d’acqua che sembravano dipinti e le facciate dai frontoni sottili che raccontavano secoli di storia. La casa di Anna Frank ci ha commossi, un silenzio carico di emozione che ha parlato ai ragazzi più di mille parole. Al Museo Van Gogh abbiamo camminato dentro i colori, tra pennellate che sembravano vibrare ancora di vita.
Ma uno dei momenti più sorprendenti è arrivato appena fuori Amsterdam. Abbiamo preso il treno per il villaggio dei mulini, Zaanse Schans. Ricordo nitidamente quel momento, appena scesi, un odore dolce e avvolgente di cioccolato ci ha accolti, come se fossimo entrati dentro un romanzo. Sembrava davvero di trovarsi nella “fabbrica di cioccolata” di Roald Dahl, l’aria stessa era intrisa di cacao, proveniente dalle fabbriche vicine. I bambini ridevano, respirando a pieni polmoni quel profumo che li faceva sentire dentro una favola.

Zaanse Schans ci apparve come un mondo sospeso, mulini a vento che giravano lenti contro il cielo, casette di legno verdi e blu, piccoli ponti che univano canali tranquilli. Ogni dettaglio sembrava uscito da una cartolina. Camminavamo tra i sentieri e mi sentivo trasportata indietro nel tempo, come se avessimo varcato una porta segreta verso un’Olanda antica e autentica. Dentro di me cresceva una sensazione difficile da spiegare, era meraviglia, ma anche gratitudine. La consapevolezza che stavo vivendo, insieme alla mia famiglia, qualcosa di unico, di vero.
Rotterdam ci ha accolto invece con il suo volto moderno, geometrie audaci e ordine perfetto, quasi un salotto a cielo aperto. Le famose case “storte”, inclinate e geometriche, sembravano quasi giocare con lo spazio, come se fossero parte di un grande puzzle colorato. Passeggiare tra quelle strutture dava davvero l’idea di trovarsi in una città creativa, dove anche le case raccontano qualcosa di speciale. A Zandvoort ci siamo trovati davanti a un mare insolito, il vento, le dune, i locali sul lungomare che ricordavano Ibiza, ma con un cielo velato e temperature fresche che ci obbligavano a indossare il piumino in pieno agosto. Strano e bellissimo allo stesso tempo.
E poi i paesini come Hoorn e Delft, passeggiare tra le loro stradine ci faceva sentire dentro un quadro fiammingo, con le case di mattoni, i tetti a gradoni, i mercatini e i canali che riflettevano il sole del nord. Ogni angolo era poesia, ogni scorcio parlava di autenticità.
Il Belgio, poi, ci ha accolto con la sua eleganza. Ogni città era un gioiello, ma la Grand Place di Bruxelles rimane scolpita nel cuore, un teatro di pietra e luce, con le facciate dorate che brillavano sotto il sole. Camminarci dentro significava perdersi nella bellezza, sentirsi minuscoli davanti a tanta maestosità.

Quel viaggio non fu solo un itinerario tra città e musei. Fu un mosaico di sensazioni, la dolcezza del cioccolato nell’aria a Zaanse Schans, la profondità silenziosa legata alla storia di Anna Frank, le risate leggere dei bambini davanti ai mulini, la sorpresa del vento freddo sull’oceano a Zandvoort, la grandiosità della Grand Place. Dentro di me cresceva una certezza, viaggiare non significa solo vedere luoghi, ma sentirli. Significa portare a casa pezzi di mondo che restano incollati al cuore.
E anche questa volta ho capito quanto sia prezioso affidarsi a chi ti accompagna con cura. Per noi, da oltre trent’anni, l’Agenzia Viaggi Barbarossa non è mai stata solo un’agenzia, è una bussola, una garanzia di serenità. Dietro ogni partenza c’è la sicurezza che tutto andrà bene, che i dettagli sono pensati con attenzione e che a noi resta solo il compito più bello…vivere.
Perché, alla fine, viaggiare è questo, uscire dalla routine, rompere le abitudini, aprirsi a ciò che non conosciamo. Non importa che sia mare, montagna o una città straniera, l’importante è lasciarsi sorprendere. E, soprattutto, farlo insieme.
Vi aspetto al prossimo racconto.
Carolina Vallini