I gemelli in valigia
Dolomiti d’estate: tra boschi, laghi e vette, la magia che non ti aspetti
Le mie giornate sono piene di scadenze e parole pesate. Poi arriva il silenzio, chiudo il computer e mi accorgo che, finalmente, respiro. Viaggiare, per me, è anche questo, spezzare la routine e guardare le cose da un’angolazione nuova. Oggi lo faccio con la mia famiglia, con due gemelli che rendono ogni esperienza un po’ diversa, anche quando sembra semplice.
Ed è forse anche per questo che mi piace, quando posso, scegliere qualcosa di diverso. Cambiare abitudini, uscire per un attimo dalla zona di comfort, vivere le vacanze in modo nuovo rispetto al solito. Non perché serva davvero, e nemmeno perché sia “meglio”. È solo il mio modo di sentire le cose.
Negli anni mi sono accorta che, per tanto tempo, ho vissuto con l’idea che il tempo fosse infinito. Come se ci fosse sempre un’estate dopo, un’occasione più avanti, un momento giusto che prima o poi sarebbe arrivato. Poi, senza che succeda nulla di particolare, inizi semplicemente a renderti conto che le stagioni passano più veloci, che i bambini crescono in fretta, che le giornate tendono ad assomigliarsi. Lavoro, famiglia, impegni, una routine che tiene insieme tutto, ma che a volte ti fa dimenticare di fermarti.
Non è una regola, né una lezione, e nemmeno un giudizio su come si scelga di vivere le vacanze. È solo una sensazione mia. Quando finalmente abbiamo un po’ di tempo, sento il bisogno di usarlo per cambiare aria, per vedere qualcosa di diverso, per uscire, anche solo di poco, dallo schema delle giornate tutte uguali. Non perché sia necessario, ma perché a me fa bene. Mi rimette in ordine.
E poi è bello tornare a casa con qualcosa in più addosso. Un ricordo, una sensazione, magari solo l’idea di aver vissuto qualcosa che prima non c’era. A volte basta poco, un cambio di sguardo, un luogo diverso, un ritmo più lento.
Il viaggio ti resta addosso anche quando le valigie sono di nuovo vuote, quando il computer si riaccende e la vita riparte. Non come una verità da spiegare, ma come un pensiero che resta lì. Un modo, tutto mio, per ricordarmi che il tempo non va riempito per forza, va vissuto per come mi fa stare.
I ragazzi avevano sette anni, quell’età in cui ogni scoperta è un’avventura. Era l’estate del 2015 e decidemmo, un po’ a sorpresa, di provare la montagna. San Candido ci attirava con il suo fascino da cartolina, ma non nascondo che eravamo un po’ perplessi.
Ci chiedevamo: “Come passeranno le giornate? Si divertiranno i bambini? E noi?”
Appena arrivati, però, i dubbi hanno cominciato a sciogliersi. Il nostro hotel era piccolo e curato, tutto legno e quiete, di quelli che ti fanno sentire subito a posto. Offriva una pensione tre quarti, una formula che non avevamo mai provato prima. E si è rivelata una meraviglia.
A tavola era una festa, cucina semplice, piatti di montagna, porzioni generose. E sì, si mangiava davvero bene, ogni giorno con una sorpresa diversa.
Le giornate volavano tra passeggiate nei boschi, cieli limpidi e aria frizzante. Ma la cosa più riuscita, per noi, erano le attività pensate proprio per i più piccoli.
Una mattina decidemmo di portarli al Parco Faunistico di Dobbiaco, poco distante. Un angolo tranquillo dove il tempo sembra rallentare, tra i sentieri del parco, i bambini camminavano a bocca aperta davanti a cervi maestosi, caprette curiose e marmotte che spuntavano tra i prati. C’erano anche pony, asini, cinghiali e un piccolo recinto con gli animali da cortile, un paradiso per chi ama la natura.
Il momento più atteso, però, restava il Fun Bob, un bob su rotaia che scendeva veloce giù dalla montagna, tra curve e risate. I ragazzi ne andavano pazzi. Ogni corsa era accompagnata da urla di gioia e da quella luce speciale che solo le esperienze vere sanno accendere nei bambini.

Un giorno salimmo anche sulla seggiovia del Monte Baranci, che parte proprio dal centro di San Candido. Salire lentamente tra gli alberi, con i piedi che penzolano nel vuoto e lo sguardo che si apre sulle valli, è un’esperienza sospesa. Una volta in cima, ci trovammo davanti a uno scenario da fiaba, prati verdi, sentieri facili e mucche placide al pascolo. Camminammo senza fretta, raccogliendo fiori di campo, ascoltando i suoni del bosco e ridendo insieme. La montagna ci insegnava un modo diverso di vivere il tempo.
E poi, spinti dalla curiosità (e anche da una certa golosità…), attraversammo il confine per visitare il Museo della Loacker in Austria. Un mondo profumato di nocciole e vaniglia ci accolse con giochi, laboratori e dolcetti ovunque. I bambini crearono i loro wafer personalizzati, ridendo con le mani appiccicose e gli occhi pieni di meraviglia.
Ma la gita più emozionante fu quella alle Tre Cime di Lavaredo. Partimmo presto, carichi di zaini e aspettative. Arrivammo in auto fino al Rifugio Auronzo e già da lì il panorama ci lasciò senza parole, le Tre Cime si stagliavano alte, maestose, silenziose, contro un cielo azzurrissimo.
Iniziammo una passeggiata semplice, alla portata anche dei bambini, ma piena di fascino. Ogni curva del sentiero regalava una prospettiva nuova: prati fioriti, marmotte curiose che sbucavano tra le rocce, il profumo dell’erba e il rumore lieve del vento. Ci fermammo più volte, non solo per riposare, ma per stare dentro quel silenzio enorme. I bambini trovarono sassolini da collezionare, si inventarono storie tra le nuvole e camminarono senza stancarsi mai, rapiti dal luogo. E quando tornammo al rifugio ci rinfrescammo con una spremuta fresca e una fetta di strudel ancora tiepido, la montagna, ormai, ci aveva conquistati.
L’ultimo giorno, come un regalo prima della partenza, lo dedicammo al Lago di Braies. Arrivammo la mattina presto e il lago ci apparve calmo, immobile, come un grande specchio. Le sue acque verde smeraldo riflettevano le cime circostanti in un silenzio quasi sacro.

Facemmo il giro completo del lago, su un sentiero che costeggiava l’acqua, tra passerelle in legno e piccoli ponticelli. I bambini correvano avanti e poi tornavano indietro; a tratti si fermavano a osservare i pesci o a lanciare sassi piatti che saltellavano sulla superficie.
Le barche in legno, ferme sul molo, sembravano uscite da un film d’altri tempi. Scattammo mille foto, ma nessuna riusciva a raccontare davvero l’emozione che si provava ad essere lì. Era una quiete che non si spiega, si sta lì e basta.
E prima di andar via ci sedemmo sul prato, mangiammo un panino e guardammo l’acqua. Nessuno parlava. Non serviva.
Quella vacanza, nata con qualche incertezza, si rivelò un piccolo tesoro. Capimmo che la montagna, con i suoi ritmi lenti, i suoi profumi e le sorprese dietro ogni sentiero, anche oltre il confine, era perfetta anche per noi. E forse, proprio perché non ce lo aspettavamo, ci restò così nel cuore.
La nostra avventura non si ferma qui, la prossima volta vi racconto un’altra partenza, tra nuove emozioni e piccole sorprese.
Carolina Vallini